L'ambiente naturale e umano
Storia e tradizioni
Molti sono i segni che testimoniano quanto queste montagne fossero importanti nel passato, sia per le attività agro-silvo-pastorali, sia per i transiti commerciali.
Il Museo dell'Homo Salvadego
L'edificio che ospita il museo è situato in contrada Pirondini, a Sacco, in Val Gerola. All'interno di una corte è dislocato l'edificio che è caratterizzato da una ricchezza di affreschi che ricoprono interamente le pareti di un locale posto al piano primo. Il più curioso e interessante è proporio la raffigurazione dell'Homo Salvadego. La presenza di questi affreschi è addirituttura segnalata all'esterno tramite una cornice in intonaco affrescato, ad arco, posta sulla porta d'ingresso, al centro della quale è ben visibile una testa con tre volte e una scritta in caratteri gotici: "Benedictus sit lochus iste, sit pax intranti, sit in tua gratia quam moranti" e cioè "Sia benedetto questo luogo. Sia Pace (tanto) a chi entra quanti a chi (vi) dimora nella tua grazia".
L'edificio, adibito a fienile e stalla, è sempre stato poco accessibile perchè utilizzato fino a qualche anno fa. Le pareti interne della stanza affrescata sono state dipinte con decorazioni a stampino, motivi floreali e cartigli con scritte in caratteri gotici, in volgare e latino, che riportano motti e proverbi. Oltre all'Homo Salvadego, troviamo raffigurati Sant'Antonio abate, un riquadro con la Pietà, e un arciere.
Solo dal 1988 il Comune di Cosio ha iniziato ad interessarsi all'edificio e agli affreschi. Acquisito dal 1991 dalla Comunità Montana di Morbegno, il museo è aperto al pubblico dal 1992.
I forni fusori del ferro
Fin da tempi remoti e nel corso di molti secoli, tutta la catena delle Alpi Orobie, soprattutto nella sua porzione orientale, fu rinomata per la ricchezza di minerali di ferro.
Le miniere erano localizzate in alta quota, quindi l'attività estrattiva non risultava sicuramente fra le più agevoli. Per scavare venivano usati picche e scalpelli oppure si infilavano dei legni nelle spaccature e poi li si bruciava o li si imbeveva d'acqua. Dopo il 1630, invece, venne introdotto l'impiego della polvere da sparo.
Le fatiche, poi, non si esaurivano certo qui: il materiale recuperato richiedeva di essere sottoposto a processi di purificazione, "arrostendolo" in appositi forni, che venivano costruiti in loco, vicino ad un torrente, in modo da sfruttare l'energia dell'acqua per azionare i mantici che alimentavano il fuoco. Naturalmente, la materia prima con cui produrre il combustibile necessario, cioè il carbone, era a portata di mano, sottoforma di distese, solo apparentemente inesauribili, di foreste.
Dopo secoli di sfruttamento, nella seconda metà dell'Ottocento, da un lato il rapporto costi/benefici che derivava dallo sfruttamento di questi giacimenti divenne decisamente sfavorevole e, dall'altro, il disboscamento e il conseguente dissesto idrogeologico raggiunsero proporzioni tali da indurre la popolazione ad abbandonare lo sfruttamento delle miniere.
Oggi se ne possono ancora osservare le tracce in varie località, unitamente a ciò che resta dei vecchi forni fusori.
La memoria di quel periodo rimane anche in molti toponimi, che ricordano le fasi d'estrazione e lavorazione del ferro. Un esempio fra tutti è Fusine, in passato famosa appunto per le proprie fucine.
In qualche caso, la volontà di non dimenticare quali fossero le condizioni di vita dei nostri predecessori e di non perdere le conoscenze degli antichi artigiani ha indotto gli amministratori locali a recuperare e valorizzare certe realtà, come nel caso della fucina di Castello dell'Acqua.
Visitandola, osservando chi ancora oggi vi lavora, è possibile comprendere come in passato l'uomo abbia saputo servirsi delle forze della natura, dell'energia dell'acqua e del fuoco, con ingegno e abilità.
L'impianto, infatti, funziona sfruttando le acque del torrente Malgina, che sono deviate e incanalate allo scopo di fare azionare tutti gli elementi della fucina.
La Linea Cadorna
Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale, nel 1914 emerse l'esigenza di predisporre una linea difensiva sulle Alpi. Il Capo di Stato Maggiore Cadorna volle e realizzò un'imponente apparato difensivo che, da Verbania sul Lago Maggiore, giungeva fino al Pizzo del Diavolo sulle Orobie valtellinesi attraversando ben trecento Comuni. Vennero così realizzati sentieri e mulattiere per il trasporto dei materiali e per il passaggio dei soldati, vennero fortificate le aree sul crinale delle Orobie con la costruzione di trincee, gallerie e alloggiamenti.
Attualmente la Regione Lombardia sta promovendo il recupero storico di questo apparato difensivo, che per fortuna non è mai servito, curando il monitoraggio capillare del percorso e l'inventario di tutti gli edifici presenti, seguendo il motto: "La linea Cadorna: non per la guerra ma per il turismo"
È possibile ancora oggi visitare i resti di trincee nelle seguenti località:
- Bocchetta di Stavello e Pizzo Rotondo
- Bocchetta di Trona
- Bocchetta di Salmurano
- Passo del Verrobbio (Bomino)
La produzione del formaggio Bitto
Le Alpi Orobie sono ben anche a livello gastronomico per la produzione del notissimo formaggio Bitto, un formaggio a pasta semicotta prodotto con il latte delle mucche di razza bruno alpina, che ancora oggi durante la bella stagione sono condotte sugli alpeggi. A questo può essere miscelato non più del 10% di latte di capra. Il latte, appena munto, viene riescaldato e lavorato con il caglio dentro le culdére, cioè delle grandi caldaie di rame. A questa operazione ne seguono quindi molte altre, la cui buona riuscita dipende dall'esperienza e dall'abilità del casaro. La lavorazione del latte nelle valli del Bitto avveniva tradizionalmente in strutture temporanee, dette calecc, costituite da quattro muretti di sasso ricoperti da un telone mobile. I calecc, dislocati sugli alpeggi a diverse quote, venivano utilizzati per alcuni giorni e quindi abbandonati, man mano che la mandria risaliva il pascolo.
Il Bitto può essere consumato come prelibato formaggio da tavola, dal sapore dolce e delicato, se maturato da tre ad otto mesi, mentre diventa un prezioso formaggio da condimento, dal gusto marcato, se invecchiato da uno a tre anni. In realtà, però, le forme di Bitto possono stagionare con buoni risultati anche otto o dieci anni. Nel 1995 è iniziato l'iter che ha consentito di roconoscere questo prelibato formaggio dapprima con la Denominazione d'Origine (DO), poi con la Denominazione d'Origine Protetta (DOP).
La lavorazione dei pezzotti
Discendenti dai più rozzo "pelòrsc", i pezzotti erano originariamente realizzati con vecchi pezzi di stoffa, stracci ridotti a strisce e canapa come filo per la trama. L'attività di tessitura era svolta prevalentemente in casa per uso famigliare, gli introiti dati da un simile prodotto erano davvero limitati data la rudimentalità della lavorazione. Questo tipo di tappeto era nato in origine dalla volontà di risparmiare attraverso il riuso di avanzi di stoffa logori e inutilizzabili. Ancora oggi i pezzotti sono realizzati su telai in legno, e la tessitrice deve rimanere in piedi per poter svolgere il lavoro. I ritagli di tessuto oggi sono nuovi, e in materiali diversi. I tempi per la realizzazione di questo prodotto sono ancora molto lunghi, e la preparazione del telaio e lavorazione manuale richiedono vari giorni.
L'antica Strada Priula
La Srada Priula è la più rinomata tra delle tante vie di comunicazione transorobiche che permisero alla Valtellina di diventare fulcro di intensi transiti commerciali che apportarono un certo benessere all'intero territorio. Transitabile dal 1593, venne denominata così in onore del podestà di Bergamo Alvise Priuli, che ne promosse la realizzazione, al fine di incrementare i traffici commerciali tra la Valtellina, sotto la dominazione dei Grigioni, e il versante bergamasco della Val Brembana, allora dominato dalla repubblica veneta. Il percorso che portava dalla Valtellina al Ducato di Milano risultava infatti ai tempi troppo pericoloso anche se più comodo, i traffici lungo la strada Priula furono così intensificati fino all'arrivo degli austriaci che ne edificarono successivamente una più agevole e garantendo maggior sicurezza lungo le vie carrozzabili. L'economia povera, basata sull'agricoltura e altre attività minori, non garantiva il sostentamento dell'intera popolazione. Le valli laterali, come la Valle del Bitto di Albaredo, basate sulla coltivazione del castagno, della patata e della canapa, sul taglio del legname e la realizzazione di manufatti con i prodotti e le materie prime del territorio, risentirono della mancanza dei traffici commerciali lungo le vie di comunicazione. L'economia povera fu causa del fenomeno dell'emigrazione che segnò l'intero comprensorio valtellinese.